L’attore informale e la sua missione. Essere felice

Essere un’attore informale di BimboTeatro, prima di tutto, è sentire il divino e realizzarlo attraverso se stessi. Artaud, nella sua opera Il teatro e il suo doppio, considera imprescindibile per l’attore ritrovare l’accezione mistica di cui il nostro teatro ha smarrito completamente il senso. Il lavoro fondamentale dell’attore informale è quello di officiare un rito, così come l’officiava l’attore primordiale, entrando in contatto con il sacro per evocare ed invocare le forze della vita mediante il potere magico della parola.

L’attore informale è creatore di eventi e di accadimenti che egli agisce con il corpo, nella continua tensione verso il divino, comunicando l’incomunicabile e esprimendo l’inesprimibile. La sua ricerca è tesa continuamente verso l’invisibile, verso l’alto, verso la luce ed è infinita. L’attore informale, in scena, deve cercare la felicità, è questa la sua missione, essere felice. Una felicità da trasmettere a chi ne è testimone, una felicità che egli cerca hic et nunc, nel suo spaziocon la sua comunità a cui dà energia e da cui prende energia.

L’attore informale ha il dovere di credere alle sue azioni e se per primo egli stesso non ci crede, di certo i bambini non potranno credergli. La ricerca è dentro di sé in un immenso silenzio che gli donerà qualcosa di vero da esprimere.

Attore informale e dialogo emozionale. Il filo conduttore dei laboratori di BimboTeatro

Il filo conduttore della pratica laboratoriale di BimboTeatro è l’attore informale, una guida che  realizza un dialogo emozionale e che trasporti il bambino dentro il gioco del teatro, attraverso la costruzione di una relazione affettiva.

Assumere il ruolo di attore informale significa guidare il bambino con la propria energia, il proprio esempio, in una parola il proprio essere.

Il dialogo emozionale instaurato dall’attore informale col bambino è un dialogo affettivo, empatico, un processo capace di creare un forte legame interpersonale.

L’attore informale è una guida che non cala contenuti dall’alto, non riempie di nozioni o competenze né tantomeno richiede al bambino dei livelli di prestazioni al fine di verificare quanto il bambino sia “un bravo attore”, ma lo accompagna agendo in prima persona le competenze e le emozioni che desidera che egli osservi e che assimili attraverso l’ascolto attivo, la percezione sensoriale, l’osservazione, la relazione, l’imitazione, la riproduzione spontanea, l’introspezione e il pensiero (learning by doing).

Le competenze del bambino sono acquisite grazie alla pratica costante, alla costruzione della fiducia tra bambino e attore informale e grazie alla cura che il bambino sente di ricevere dallo stesso.

Per realizzare una progettazione educativa fondata sulla metodologia di BimboTeatro è necessario che l’attore informale sia una guida in possesso di competenze specifiche: l’energia e la motivazione a mettersi in gioco, l’empatia,  l’attitudine al cambiamento, alla ricerca e alla sperimentazione, la conoscenza delle principali teorie dell’apprendimento e  della psicologia evolutiva, la capacità di utilizzare gli strumenti operativi di BimboTeatro.

Poiché lo scopo dei laboratori non vuol essere quello di preparare i bambini a diventare attori precoci o aiutare i genitori o gli insegnanti a far crescere piccoli attori, ma quello di guidare i bambini verso la partecipazione attiva al laboratorio per esplorare e sperimentare infinite potenzialità espressive, è necessario considerare le differenti fasce d’età verso cui l’attore informale elabora una progettazione educativa.

Le diverse età richiedono differenti tipologie di lavoro poiché l’apprendimento si realizza in modo differente: i bambini da zero a tre anni traggono il massimo beneficio dal dialogo emozionale  instaurato con l’attore informale che propone stimoli ai bambini e raccoglie stimoli dai bambini per trasformarli in azioni strutturate che diverranno parte integrante del laboratorio; dai tre ai sei anni l’attore informale, dopo aver instaurato il dialogo emozionale, lavora con la meta-fiaba, cioè con la fiaba che riflette su se stessa, invitando i bambini a riflettere attivamente sui significati attraverso forme e linguaggi espressivi globali.

BimboTeatro, una metodologia e non un metodo. La pratica laboratoriale basata sulla sperimentazione continua.

Dopo molti anni di lavoro con i bambini ho collezionato prassi e azioni educative che avanzano naturalmente verso il piacere e il benessere del bambino.

Collezionare però non vuol dire codificare; non significa per me creare un metodo chiuso e preconfezionato di lavoro. Il laboratorio non è un procedimento che segue criteri sistematici in vista di un prodotto da ottenere o un risultato da raggiungere; la prassi educativa basata sulla metodologia di BimboTeatro vuol essere invece una sperimentazione continua  per lo sviluppo delle conoscenze nell’ambito del teatro d’Infanzia e delle sue potenzialità.

Il laboratorio perform-attivo si realizza attraverso l’immersione del bambino nel flusso del linguaggio teatrale, immersione che sviluppa un assorbimento naturale verso le competenze relazionali, comunicative, emozionali e linguistiche che sono alla base del teatro.

Lavorare costantemente alla progettazione educativa dei laboratori significa, contrariamente alla strutturazione di un metodo, avere l’opportunità di lavorare a una metodologia sperimentale che sappia seguire una struttura ben definita e, allo stesso tempo, valorizzare il flusso del momento presente, rispettare le differenze individuali, i tempi e le potenzialità di ciascun bambino all’interno della sua comunità di appartenenza.

Dal facciamo finta di …al gioco creativo

ovvero il Teatro come mediatore del percorso che va dal gioco simbolico al gioco creativo.

 “Facciamo finta di…” la formula magica trasforma il mondo!

Il gioco del teatro è il gioco che inizia sempre con una formula magica attraverso cui la mimesi da vita allo sviluppo della creatività e del problem solving.

In un interessante libro dedicato al lavoro dello psicopedagogista israeliano Feuerstein (Come stimolare giorno per giorno l’intelligenza dei vostri bambini, N. Laniado, Ed. Red), si descrive, a mio avviso molto efficacemente, la funzione del gioco del far finta di come una funzione imprescindibile per lo sviluppo del pensiero simbolico e di quello laterale o divergente.

“Nononostante la sintassi claudicante” sostiene l’autrice “la frase annuncia l’inizio di un momento cruciale nello sviluppo intellettivo del bambino: il suo pensiero da concreto diventa simbolico, per la prima volta s’inerpica sul percorso instabile delle ipotesi, attinge al magma delle proprie emozioni, si lascia sollevare dalla sua creatività”.

Quando i bambini fanno finta di devono essere flessibili sostituendo un oggetto che non hanno con un altro. Facendo finta di, i bambini ricorrono al pensiero simbolico, sviluppano l’empatia, l’intelligenza emotiva, la capacità di immedesimarsi nella situazione psicologica dell’altro.

Nel gioco simbolico i bambini imparano a usare una cosa per rappresentarne un’altra separando il significato di un oggetto dallo stesso e dandogli un’identità che non è reale,: queste azioni accompagnano la nascita del pensiero astratto.

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Nei laboratori di BimboTeatro il gioco del far finta di è la struttura portante del lavoro ed è un lavoro che impegna il bambino da tutti i punti di vista: corporeo, sensoriale, linguistico ed emozionale. Giochi che sembrano scontati per noi adulti sono un’impresa straordinaria per il bambino che muoverà, pian piano, alla conquista del pensiero ipotetico.

Nei labotratori di BimboTeatro, attraverso il gioco simbolico (che inizia a svilupparsi dai 2 anni in poi ma che è in nuce sin dai primi anni), si stimola la formazione di modelli di situazioni che i bambini utilizzano per mettere in atto delle simulazioni che potranno poi generalizzare ed estendere a situazioni concrete della loro vita.

Verso i 4 anni il gioco del far finta di assume una funzione importantissima: imparare a mettersi nei panni dell’altro. Il bambino che gioca e acquisisce questa capacità riesce anche a immedesimarsi nella situazione psicologica di un’altra persona, a condividerne i sentimenti e conoscere l’altro sé e gli stati più profondi dell’inconscio (Melanie Klein 1882-1960). Lo sbocco naturale del gioco del far finta di, in cui i piccoli attraverso la mimesi imitano quello che vedono è il gioco creativo.

Il gioco creativo segna un momento importante nello sviluppo intellettivo del bambino che inizia a comporre insieme frammenti di realtà che conoscono e creano qualcosa di nuovo: una storia, un disegno, un movimento corporeo. Il gioco creativo permette quindi di passare dal pensiero verticale, che consiste nell’applicazione di schemi rigidi e consolidati di ragionamento legati ad abitudine, routine, esperienze, al pensiero laterale o divergente.

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Lo psicologo inglese Edward De Bono 1967 coniò il termine pensiero laterale definendolo come il pensiero che “permette di passare da uno schema di ragionamento all’altro, di guardare i problemi in modo nuovo, di muoversi in direzioni non esplorate e non considerate, di aggirare ostacoli, di assumere una nuova prospettiva, di esaminare tutte le alternative, di rompere forme di ragionamento rigide e familiari”.

Fare teatro attraverso la pedagogia sperimentale consente al bambino di fare sperimentazione sulle sue risorse espressive e su nuove strategie comunicative consentendogli di vivere un’esperienza formativa gratificante perché ricca di emozioni e spunti creativi da giocare attraverso l’utilizzo di un linguaggio artistico globale.

La metodologia di BimboTeatro si basa sulla ripetizione e variazione: attraverso la proposta di una struttura rassicurante e ripetitiva, il bambino all’interno dello spazio della storia è chiamato ad esprimere pienamente la propria unicità e individualità.

Teatro d’infanzia: una grammatica essenziale da cui partire

Il Teatro, linguaggio artistico dalla natura sfuggevole che difficilmente si lascia schematizzare in confini chiusi e definiti. La sua storia ce lo racconta come oggetto mutevole, dai contenuti differenti e a volte contrastanti. Alle origini, molto distante dai modelli culturali oggi noti, lontano da obiettivi estetici o formali, intriso di  ritualità, trova la sua forza nella condivisione delle emozioni della collettività che chiede prima di tutto di entrare nell’esperienza, farne parte, esserci.

Il teatro delle origini, un’arte racchiusa nel corpo in movimento dell’attore, un’arte pedagogica che permette la crescita e l’espressione delle singole potenzialità nel contatto più intimo con la natura e i suoi misteri. Una idea di teatro, questa, che si pone come metafora della vita che assomiglia un poco al gioco dei bambini in cui si riscontra la presenza dell’elemento condiviso tra chi fa e chi guarda: il gioco del  “far finta di”.

Da dove partire, dunque, per un teatro d’infanzia?

Quali gli elementi fondamentali per un teatro “del bambino”?

Nel nido, nelle scuole dell’infanzia il teatro è sinonimo di essenzialità, attenzione, ascolto, esplorazione, gioco. Nei luoghi di accoglienza dove l’educare significa spesso contenere e guidare incontenibili energie di scoperta, il teatro rappresenta una opportunità privilegiata di sperimentazione e ricerca di linguaggi per uno stimolo di crescita globale grazie al suo essere principalmente strumento di comunicazione sociale.

Pensare al teatro d’Infanzia significa, dunque, ripartire da una

grammatica essenziale del teatro

grammatica essenziale

realizzare un’esperienza che parta dal bambino stesso e dai suoi bisogni fondamentali, avvalendosi di un approccio di tipo globale che punti a valorizzare le condotte che il bambino realizza naturalmente, senza nessuna preoccupazione per quelli che sono gli aspetti legati alle tecniche del teatro. Si tratta di riscoprire la natura più intima del teatro, tornare ad interrogarsi sul significato di attore, personaggio, spettacolo, spazio scenico, costume, luce, voce,

destrutturare significati complessi ripartendo dagli elementi fondanti il teatro stesso.

Partire, dunque, dallo studio dell’alfabeto del teatro: qual è la differenza tra la gesticolazione e il gesto? Qual è la differenza tra il movimento e l’azione? La voce che utilizziamo quando facciamo teatro con i bambini è la stessa che utilizziamo nelle attività quotidiane? Quando si parla di pulizia dello spazio, cosa significa? cos’è lo spazio scenico? C’è differenza tra musica e suono? Qual è la funzione dell’educatore?  Queste sono alcune domande da cui ripartire per costruire insieme una percorso esplorativo e di crescita personale che ci porterà inevitabilmente a confrontarci con un teatro “del bambino”.

Creare e progettare uno spazio magico, separato dallo spazio reale, uno spazio del gioco in cui la regola fondamentale è vivere il proprio corpo e i propri sensi come strumenti di espressione e interazione con gli altri, lavorando ad una metodologia operativa che incoraggi i bambini coinvolti ad essere i protagonisti dell’esperienza artistica perform-attiva utile allo sviluppo psicomotorio ed emotivo  e a una progressiva acquisizione di abilità generalizzabili in altri contesti di vita.

Uno spazio da definire come spazio dell’azione, spazio dell’esplorazione, spazio dell’invenzione e della possibilità. Uno spazio intimo, riservato, sacro, condiviso per esplorare le infinite opportunità del sé senza pregiudizi, paure e condizionamenti, dove l’altro è presupposto irrinunciabile al proprio divenire.

 

Dal movimento esplorativo all’azione teatrale per la conoscenza del sé attraverso la ricerca empirica

Uno degli accessi alla via creativa consiste nello scoprire in se stessi una corporeità antica alla quale si è collegati da una relazione ancestrale forte. […] Ogni volta che scopro qualcosa ho la sensazione che sia ciò che ricordo. Le scoperte sono dentro di noi, e bisogna fare un viaggio all’indietro per arrivare fino a esse”. [J. Grotowski, Il Performer, in Teatro e Storia, n.4, 1988, p.168]

 

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Jerzy Grotowski, regista teatrale polacco, una delle figure di spicco dell’avanguardia teatrale del Novecento, sostiene che, quando l’attore attinge alla condizione primaria di espressività corporea ancestrale, la vita torna ad essere di grande intensità e diventa ritmica. Il ritmo, secondo Luciano Mariti, professore ordinario di Discipline dello spettacolo dell’Università La Sapienza di Roma, [L. Mariti, La valle degli echi. Riflessioni sulla ripetizione creativa e sul ritmo in C. Faletti e G. Sofia (a cura di) Prospettive su teatro e neuroscienze. Dialoghi e sperimentazioni, Bulzoni Editore, Roma, 2012] è la prima forma di organizzazione e stabilizzazione del tempo poiché ripetizione, che è regolazione della spontaneità, organizzazione delle pulsioni e correlazione tra organicità e struttura. Nella ripetizione, secondo Mariti, vive una memoria biologica che ci accompagna da sempre che si riattiva nella produzione del rituale, autoregolandosi.

L’espressività corporea, praticata nel laboratorio attraverso il movimento esplorativo, la relazione, la ripetizione e la variazione, è parte fondante del progetto educativo di BimboTeatro, che ha l’obiettivo di stimolare i bambini a esprimere la propria unità e unicità, attraverso una conquista progressiva della conoscenza di sé.

Durante i laboratori mi pongo in ascolto, osservo, annoto e successivamente analizzo, attraverso l’utilizzo di strumenti di rilevazione, in un lento e meticoloso lavoro di progettazione di ricerca empirica.

Le loro “miniature”, le loro risposte d’equilibrio, la gioia e l’enfasi coinvolte nel movimento sono il feedback necessario per capire qual è la direzione sperimentale da seguire.

Molti autori, che si sono dedicati allo studio del movimento, del linguaggio e dell’emotività in età evolutiva, illuminano la mia rotta sostenendo l’espressività corporea come mezzo attivo, espressivo e comunicativo attraverso cui praticare l’apprendimento. Nel ventre materno, la prima percezione in assoluto, il battito cardiaco della madre, è la vibrazione con cui il feto si fonde: il ritmo. Alla nascita il bambino vive in una dimensione senso-motoria, la sensazione che egli ha del suo corpo e dello spazio esterno non è chiara, non c’è la percezione del confine tra sé e il mondo. In questo momento della vita del bambino, il contatto, il movimento e la respirazione, sono fondamentali per sviluppare i confini rafforzando la percezione dello schema corporeo. L’esplorazione è un momento fondamentale poiché permette ai recettori dei muscoli e delle articolazioni di trasmettere le informazioni che arrivano dall’interno (propriocettive) e dall’esterno (esterocettive) del corpo al sistema nervoso.

Jean Le Boulch, medico, professore di educazione fisica, fondatore della psicocinetica e della psicomotricità funzionale, disciplina che utilizza il movimento per educare dal punto di vista dell’evoluzione e dell’autonomia della persona, riflette e fa riflettere ancora sulle condotte esploratrici e sul bisogno di esplorazione come viatico di un armonico sviluppo corporeo, linguistico e creativo nei bambini. Il bisogno di esplorazione, una delle attività fondamentali del bambino, è una risposta globale dell’organismo a una nuova situazione e si traduce in bisogno d’informazione e stimoli nuovi. Il comportamento del bambino è determinato dalla novità, dal carattere insolito della proposta esplorativa. Secondo gli studi di Le Boulch, le condotte esplorative possono spiegarsi con i meccanismi neurofisiologici che si esercitano in modo reciproco tra la corteccia celebrale e la formazione reticolare del tronco celebrale. Attraverso la condotta esploratrice, il bambino si muove verso l’acquisizione delle prassie, un insieme di reazioni motorie coordinate in funzione di un risultato pratico. Esse rappresentano, dunque, un insieme organizzato per il conseguimento di uno scopo. Secondo lo studioso, fin da quando ha inizio l’attività intenzionale, tra i 6 e i 10 mesi, inizia l’acquisizione delle prime prassie e la creazione di un rapporto tra campo visivo e campo cinestetico. La posizione eretta moltiplica le possibilità di acquisizione grazie alla condotta esplorativa. [J. Le Boulch, Lo sviluppo psicomotorio dalla nascita a 6 anni, Collana Medico-Psico-Pedagogica a cura di Stefano Vicari, Armando Editore, 1984]. La scoperta di un oggetto nuovo, porta il bambino a organizzare le sue attività attorno all’elemento motivazionale dando vita a ciò che l’autore chiama “brancolamento sperimentale”. Alla presenza di un oggetto sconosciuto il bambino applicherà gli schemi che già conosce con un certo grado di accomodamento che permetterà il loro utilizzo per la soluzione del nuovo problema, manifestando quella funzione fondamentale chiamata funzione di aggiustamento necessaria ad avviare il processo di accomodamento nell’esercizio delle prassie.

Rudolf Laban, danzatore, coreografo, maître de ballet e teorico della danza ungherese, colloca la conoscenza nell’agire corporeo e nei linguaggi analogici che permettono un diverso sentire e si aprono a molte possibilità lontane dalla linearità dei ragionamenti mentali. Per Laban la formazione diventa autoformazione, una pratica motivata e mai imposta, e la conoscenza diventa progetto esistenziale, ricerca, curiosità…erranza. [F. Zagatti, L’erranza pedagogica di Rudolf Laban nei sentieri del corpo. Danza e ricerca. Laboratorio di studi, scritture, visioni, [S.l.], p. 1-10, dec. 2011. ISSN 2036-1599. Disponibile all’indirizzo: <http://danzaericerca.unibo.it/article/view/2410>. Data di accesso: 17 Nov. 2015]. Le proposte sperimentali di Laban si basano sui rapporti del movimento con la matematica e la geometria e contengono sempre la possibilità di una motricità globale che passa attraverso la fase esplorativa della conoscenza per un apprendimento che procede per tentativi ed errori.

Il valore dell’errore nel processo di apprendimento è incommensurabile. Secondo Karl Popper, il metodo per prove ed errori, che abitualmente è “adottato dagli organismi viventi nel processo di adattamento” e dallo scienziato che, di fronte a un determinato problema, “propone, a titolo di prova, un qualche tipo di soluzione-teoria”, è essenzialmente un metodo di eliminazione degli errori di adattamento da parte degli organismi viventi, i quali in tal modo scelgono e fissano le condotte utili, dopo aver scartato quelle parassite, assicurandosi così la sopravvivenza e lo sviluppo [K. Popper, La scienza e i suoi nemici, Roma, Armando ed., 2001].

Maria Montessori dedicando largo spazio e interesse al problema dei premi e dei castighi, delle lodi e delle punizioni, di conseguenza porta la sua attenzione nei riguardi dell’errore che chiama “Signor Errore” [M. Montessori, Come educare il potenziale umano, Milano, Garzanti, 1970]. L’errore, quindi, connaturato all’esistenza umana, tanto che può essere considerato un suo tratto caratteristico, fa parte delle radici antropologiche dell’apprendimento; esso è funzionale all’esistenza umana, perché rappresenta i momenti necessari, e quindi utili, di un lungo cammino di quel processo attraverso il quale ci si avvicina sempre più alla verità.

Credo che sia fondamentale tener sempre presente questo concetto perché, affinché il gesto si specializzi fino a divenire abile, è necessario procedere per tentativi, dunque l’errore diventa un valore fondamentale nel processo di apprendimento che passa, necessariamente, attraverso l’esplorazione.

Da qui l’impossibilità di pretendere dai bambini la “recita scolastica” che annullerebbe e mortificherebbe processi preziosissimi d’apprendimento e scoperta basati, invece, su motivazioni che vanno ricercate e costruite dall’interno. Correggere prima che sia dato al bambino il tempo di sbagliare significa mortificare un sano e significativo apprendimento.

Il linguaggio corporeo, che precede quello verbale, ci mette in contatto con aspetti del nostro sé molto profondi, appartenenti all’inconscio e apre canali per l’accesso a emozioni primitive. Il sentire corporeo è legato allo sviluppo del nostro senso del sé, l’analisi e la consapevolezza delle nostre sensazioni interne riguardano il rapporto con noi stessi e con il mondo interpersonale rivestendo una funzione essenziale per la costruzione delle interazioni sociali. Nei laboratori teatrali, la proposta presentata ai bambini, contiene la possibilità di una motricità globale che comprende momenti esplorativi e d’improvvisazione, in un’organizzazione globale che progressivamente va verso la sedimentazione, la suddivisione, la coordinazione, la dissociazione per giungere, solo dopo queste fasi necessarie, alla composizione dell’azione teatrale che, a quel punto, sarà gesto autonomo, creativo, consapevole e incarnato dal bambino. In questa globalità c’è l’unità e l’unicità della persona da preservare e di cui prendersi cura.

Il bambino, la competenza emotiva e il teatro

Nella mia scelta lavorativa avere dubbi è l’essenza stessa della ricerca. Il dubbio mi permette di ricentrare continuamente la risposta alla domanda che mi sono posta per molto tempo prima di intraprendere questo percorso, ovvero quali potrebbero essere le ipotesi metodologiche più adatte a un teatro dedicato ai bambini da 0 a 3 anni. La risposta arriva come una voce lontana, che si avvicina lentamente, mi sembra quasi di afferrarla, trattenerla per sempre con me per possedere la certezza di un’unica ipotesi metodologica da fissare su di un foglio bianco, immutabile nel tempo.

Ma poi, come un uragano, torna tumultuosa la domanda: cosa viviamo ogni volta nel laboratorio di BimboTeatro?

Ogni volta sembra di percepire qualcosa di così certo, di così indiscutibilmente sicuro… ma se cerco di rivivere quelle emozioni, mi accorgo che queste non sono più nominabili. Ci si aggrappa a certezze momentanee, si cercano fogli di carta per bloccare momenti di vita e ci si accorge che ciò che rimane è solo un foglio di sogno sbriciolato…
Dopo l’uragano, però, arriva il sereno, il profumo della pioggia è ancora nell’aria ma la risposta è lì che aspetta, la conoscevo già, ma l’essere umano ama procurarsi degli ostacoli per avere l’opportunità di superarli e di crescere. In questa profumata tempesta, come sempre, a farla da padrona sono le emozioni, dunque, inevitabilmente, una delle domande che mi pongo in questi giorni è quanto è importante, per un bambino, essere emotivamente competente e come si sviluppano le diverse abilità che compongono la competenza emotiva.

Un interessante articolo di Ilaria Grazzani Gavazzi, (Professore associato di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione, Università di Milano-Bicocca) si dedica al tema dello sviluppo della competenza emotiva nei bambini (http://www.socioemotionalcognition.formazione.unimib.it/wp-content/uploads/2012/07/PDF18.pdf). Ho trovato molto interessanti le due tabelle contenute nell’articolo (che riporto di seguito) che illustrano in modo semplice e chiaro quali sono le componenti della consapevolezza emotiva e quali sono le tappe di sviluppo delle componenti.

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Tre, dunque, le componenti principali della competenza emotiva: l’espressione, la comprensione e la regolazione delle emozioni in sé e negli altri. L’espressione è l’aspetto riguardante la comunicazione non verbale, lo sguardo, la postura, il gesto, l’azione. La comprensione è la consapevolezza dei propri stati emotivi o di quello degli altri, che può essere stimolata, nel corso dello sviluppo, grazie ad esperienze adeguate come la drammatizzazione, la musica. La regolazione delle emozioni è stata definita dallo studioso Thompson come l’insieme dei processi coinvolti nella valutazione e nella modifica delle reazioni emotive. Anche in questo caso i bambini possono essere sostenuti e incoraggiati ad attingere alle proprie risorse interne per far fronte a situazioni problematiche nel modo più efficace, attraverso proposte di giochi di simulazione che lo stimolino e lo allenino alla creazione di percorsi immaginari e di problem solving. Interessante, ancora, è stato riflettere sulla regolazione delle emozioni dal punto di vista evolutivo: questo processo “coinvolge il bambino e chi si prende cura di lui attraverso una mutua regolazione guidata principalmente dall’adulto; questi offre la struttura esterna affinché i processi di regolazione possano basarsi, nel corso dello sviluppo, non più solo sulla regolazione reciproca ma anche sull’autoregolazione” (Grazzani Gavazzi, 2009). Nella seconda tabella, Ilaria Grazzani Gavazzi ci illustra i cambiamenti evolutivi nello sviluppo delle tre componenti di espressione, comprensione e regolazione emotiva.

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La capacità di apprendere e comprendere il teatro è innata in tutti i bambini, non è una prerogativa di pochi eletti, è però influenzata dall’ambiente in cui vive. È molto importante proporre un laboratorio teatrale basato su determinate caratteristiche: azioni brevi, perché la capacità di attenzione del bambino e di elaborazione del gesto è limitata, ritmi complessi con frequenti variazioni e ripetizioni di tempo, perché il bambino riesca a crearsi un proprio vocabolario di linguaggio ritmico e sonoro, pause e silenzi per favorire la qualità dell’ascolto, percepire le differenti sfumature timbriche e permettere al bambino di pensare il gesto, l’emozione e il suono. L’azione è uno degli elementi fondamentali che, a differenza del movimento puramente estetico, accoglie in sé un atto intenzionale.

Un bambino molto piccolo non ha esperienza del mondo e delle reazioni emotive, non sa dare un nome a quello che prova, spesso lo pervadono sentimenti di paura, inadeguatezza, impotenza così come gioie estreme possono lasciarlo turbato. Accompagnarlo attraverso percorsi che lo aiutino a perfezionare sempre più il processo di regolazione delle emozioni potrebbe risultare, a mio avviso, molto utile.

Sin dai primissimi anni di vita il bambino è pronto a recepire tutti i segnali attorno a lui, ad intuire un messaggio dai gesti, dalle parole, dalla mimica facciale e dai comportamenti ed è capace di rielaborare il suo vissuto emotivo in termini creativi attraverso due processi fondamentali che mettono in moto il suo apprendimento: l’imitazione e l’identificazione, entrambi elementi fondamentali del teatro. In una prima fase, il bambino apprende attraverso l’imitazione per giungere, in una seconda fase a trasformare la sua esperienza mimetica di apprendimento in un’esperienza più personale, arricchita da ciò che caratterizza la sua individualità.

I laboratori propedeutici: Il corpo e la sua voce

Sulla scena non basta credere e identificarsi, bisogna giocare.

Jacques Lecoq

Il laboratorio propedeutico “Il corpo e la sua voce” guida l’educatore e il genitore verso un percorso di conoscenza delle potenzialità espressive del proprio corpo attraverso esercizi e giochi teatrali che coinvolgono il corpo, lo spazio, le relazioni con gli altri, l’immaginazione e la creatività del singolo e del gruppo.

Perché proporre incontri propedeutici per genitori ed educatori? Peter Brook affronta con sensibilità il concetto di teatro come “mistero” che l’attore può trovare in un certo silenzio, dentro di sé. “[…] La qualità si trova nel dettaglio. L’aspetto di un attore, quale che sia, conferisce qualità nell’ascoltarlo e al guardarlo; è qualcosa di abbastanza misterioso, ma non del tutto. Egli può trovare questa presenza in un certo silenzio dentro di sé. Quello che si chiama <<teatro sacro>>, quel teatro in cui l’invisibile appare, affonda le radici in questo silenzio, dal quale tutti i tipi di gesti, conosciuti e sconosciuti, possono derivare. […] Il teatro è sempre sia una ricerca di significati, sia un modo di rendere tali significati comprensibili agli altri. Questo è il mistero.” (P. Brook, La porta aperta, Einaudi, 2005 p.56)

Mistero come Silenzio… per far apparire quell’invisibile che è dentro ciascuno di noi.

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Il teatro dedicato ai bambini di tenerissima età non può e non deve mancare in quello che è l’elemento portante del teatro stesso: la sacralità. La sacralità, insita nel bambino, è spesso violata da parole a volte inopportune, ridondanti, da riflessioni e commenti ad alta voce che, in perfetta buona fede, il genitore e l’educatore praticano durante il laboratorio di teatro, così come nella vita di tutti i giorni. Ma il Teatro non è la vita di tutti i giorni, il teatro è un tempo “altro”, è uno spazio “altro”, è un mondo dentro di noi che può connettersi con l’altro attraverso sentieri invisibili. I laboratori propedeutici hanno un unico obiettivo: unire l’attore, l’educatore ed il genitore nella preparazione spirituale di questo “non-luogo” dove entrare insieme, in silenzio, con i propri bambini. “L’esperienza della vita sulla scena serve poco. […] In tutte le religioni, così come nella magia, esistono determinate formule ed esercizi con l’aiuto dei quali l’uomo si astrae da pensieri, sensazioni e desideri contingenti. E dato che il teatro in qualche misura è in relazione sia con la religione che con la magia allora anche per fare teatro bisogna astrarsi da riflessi acquisiti e istinti quotidiani. Il training è il tempo e il posto per compiere questo passaggio”. (J.Alschitz, La grammatica dell’attore, Ubulibri, 2003. p.23)

I laboratori di BimboTeatro: Teatro e Musica

Il Teatro è Vita, dunque, Musica: ritmo, suono, timbro, movimento, voce, spiritualità. La ricerca costante attorno alle questioni metodologiche di BimboTeatro mi portano inevitabilmente ad avvicinarmi alla scienza dell’educazione musicale. Riccardo Nardozzi, ricercatore ed educatore per la prima infanzia, nel suo interessante articolo “L’apprendimento musicale del bambino da 0 a 6 anni. Storia della Music Learning Theory di Edwin E. Gordon in Italia” sostiene che “In Italia è sempre stata radicata una certa credenza sulla necessità di possedere particolari doti innate o una particolare predisposizione per affrontare lo studio della musica. Sono mancate, per troppo tempo, adeguate ricerche scientifiche legate ai processi di apprendimento musicale. In questo modo, alcuni aspetti fondamentali per la didattica musicale e per la pratica stessa del fare musica, come la spontaneità, il valore formativo, la capacità di pensare in termini musicali, il movimento, l’ascolto, sono stati – e spesso sono ancora – messi in secondo piano a favore di elementi quali la teoria, la grammatica, il solfeggio, importanti, certo, ma che restano astratti, vuoti e fini a sé stessi, se non accompagnati o, ancora meglio, preceduti dagli altri.” È sorprendente quanto questi valori appartengano anche all’educazione alla teatralità. Il Teatro, come dice Peter Brook, è un alleato esterno del cammino spirituale, ed esiste per offrire bagliori, inevitabilmente brevi, di un mondo invisibile che permea quello di tutti i giorni, ed è normalmente ignorato dai nostri sensi. Il Teatro è lo strumento che l’uomo ha per conoscere se stesso, e, nel suo svolgersi, non può limitarsi ad una conoscenza mnemonica del copione o all’attraversamento dello spazio scenico in senso puramente tecnico-estetico. Affinché ci siano attori consapevoli c’è bisogno di praticare la consapevolezza, sviluppando l’intelligenza emotiva, allenando abilità quali consapevolezza emotiva, autocontrollo, consapevolezza dei propri bisogni, motivazione, autostima, spirito di squadra, empatia, cooperazione. Queste abilità possono essere allenate fin da piccolissimi, se sapientemente proposte. Con BimboTeatro lavoro attorno all’idea di un laboratorio performativo attraverso il quale il bambino sviluppa la propria attitudine teatrale nei primissimi anni di vita grazie ad un’esposizione diretta al teatro e ad una partecipazione attiva e proattiva, nel rispetto delle sue doti naturali di ascolto e di assorbimento.

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Durante il laboratorio di BimboTeatro, i bambini interagiscono liberamente con l’attore, immersi nel gioco e nelle azioni dense di emozioni che i bambini imparano, man mano, a conoscere e riconoscere. In BimboTeatro non propongo un raccontare ma un vivere, un agire in funzione di un’emozione che diventa sempre meno sbiadita, che fa meno paura perché quella stessa emozione che prima spaventava il bambino, ora è vissuta e, soprattutto, rappresentata nei suoi giochi. I primi risultati della sperimentazione mostrano, da parte del bambino, un feedback molto forte: già dal secondo incontro i bambini anticipano le azioni teatrali e sono entusiasti di illustrarmi quale sarà l’azione immediatamente successiva. C’è chi apre la valigia, chi sistema gli oggetti per la scena successiva e chi inizia autonomamente l’azione a tempo di musica. Insieme agli educatori, restiamo sempre piacevolmente sorpresi, in attesa del prossimo incontro.

I laboratori di BimboTeatro: Ripetizione e Variazione

Il gesto teatrale non è narrazione, non è affabulazione, anche se si nutre di questi elementi per venire alla luce. Il Teatro è azione, oralità agita, e, dunque, esperienza di vita concreta.

Lavorando alla struttura dei laboratori di BimboTeatro, ho riflettuto incessantemente la sulla questione metodologica. I bambini così piccoli non hanno di certo le capacità, la voglia o il bisogno di un approccio “spettacolare” ai laboratori.

Credo, invece, essi abbiano necessità di certezze, di ripetizioni, di ritualità; di elementi all’apparenza sempre ripetutamente uguali a loro stessi, eppure, nella ripetizione, sempre diversi.

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La ripetizione è atto creativo in sé. Per Marcel Proust “l’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”. Si ripetono un gesto, uno sguardo, un ritmo, una parola quando si acquisisce un nuovo sapere, quando una incertezza è stata risolta.

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Del resto, ogni aspetto del nostro quotidiano è caratterizzato da una ripetizione. Dal processo di riproduzione cellulare ai cicli della notte e del giorno, dal susseguirsi delle stagioni al ripetersi di nascite e morti, come in un “eterno ritorno” nietzschiano.

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La ripetizione e la variazione sono nel gioco del bambino, nei quadri di Morandi, nel Bolero di Ravel, nelle filastrocche, nei ritornelli, nelle ninne nanne di ogni tempo. Nulla si ripete mai allo stesso modo.

Parlare in questi termini della ripetizione è già parlare intrinsecamente di “Ripetizione come Variazione”, dunque, di uno strumento fondamentale per l’apprendimento e le esperienze emotive. Secondo Francois Delalande, il bambino, producendo una sequenza ripetitiva, la modificherà per rinnovare l’interesse, introducendo delle variazioni come corollario di una condotta di esplorazione che è conseguenza di una curiosità per il suono, ma anche per il gesto, per il ritmo, per la parola e per l’azione teatrale.

Attorno a queste riflessioni ho costruito un’idea di laboratorio che permettesse la variazione e l’invenzione all’interno di una struttura predefinita, rassicurante per il bambino. Le variazioni, le creazioni, saranno solo quelle che il bambino, in quel tempo e in quello spazio, in quella relazione, vorrà produrre. Nel suo momento, l’eterno presente.