Dal movimento esplorativo all’azione teatrale per la conoscenza del sé attraverso la ricerca empirica

Uno degli accessi alla via creativa consiste nello scoprire in se stessi una corporeità antica alla quale si è collegati da una relazione ancestrale forte. […] Ogni volta che scopro qualcosa ho la sensazione che sia ciò che ricordo. Le scoperte sono dentro di noi, e bisogna fare un viaggio all’indietro per arrivare fino a esse”. [J. Grotowski, Il Performer, in Teatro e Storia, n.4, 1988, p.168]

 

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Jerzy Grotowski, regista teatrale polacco, una delle figure di spicco dell’avanguardia teatrale del Novecento, sostiene che, quando l’attore attinge alla condizione primaria di espressività corporea ancestrale, la vita torna ad essere di grande intensità e diventa ritmica. Il ritmo, secondo Luciano Mariti, professore ordinario di Discipline dello spettacolo dell’Università La Sapienza di Roma, [L. Mariti, La valle degli echi. Riflessioni sulla ripetizione creativa e sul ritmo in C. Faletti e G. Sofia (a cura di) Prospettive su teatro e neuroscienze. Dialoghi e sperimentazioni, Bulzoni Editore, Roma, 2012] è la prima forma di organizzazione e stabilizzazione del tempo poiché ripetizione, che è regolazione della spontaneità, organizzazione delle pulsioni e correlazione tra organicità e struttura. Nella ripetizione, secondo Mariti, vive una memoria biologica che ci accompagna da sempre che si riattiva nella produzione del rituale, autoregolandosi.

L’espressività corporea, praticata nel laboratorio attraverso il movimento esplorativo, la relazione, la ripetizione e la variazione, è parte fondante del progetto educativo di BimboTeatro, che ha l’obiettivo di stimolare i bambini a esprimere la propria unità e unicità, attraverso una conquista progressiva della conoscenza di sé.

Durante i laboratori mi pongo in ascolto, osservo, annoto e successivamente analizzo, attraverso l’utilizzo di strumenti di rilevazione, in un lento e meticoloso lavoro di progettazione di ricerca empirica.

Le loro “miniature”, le loro risposte d’equilibrio, la gioia e l’enfasi coinvolte nel movimento sono il feedback necessario per capire qual è la direzione sperimentale da seguire.

Molti autori, che si sono dedicati allo studio del movimento, del linguaggio e dell’emotività in età evolutiva, illuminano la mia rotta sostenendo l’espressività corporea come mezzo attivo, espressivo e comunicativo attraverso cui praticare l’apprendimento. Nel ventre materno, la prima percezione in assoluto, il battito cardiaco della madre, è la vibrazione con cui il feto si fonde: il ritmo. Alla nascita il bambino vive in una dimensione senso-motoria, la sensazione che egli ha del suo corpo e dello spazio esterno non è chiara, non c’è la percezione del confine tra sé e il mondo. In questo momento della vita del bambino, il contatto, il movimento e la respirazione, sono fondamentali per sviluppare i confini rafforzando la percezione dello schema corporeo. L’esplorazione è un momento fondamentale poiché permette ai recettori dei muscoli e delle articolazioni di trasmettere le informazioni che arrivano dall’interno (propriocettive) e dall’esterno (esterocettive) del corpo al sistema nervoso.

Jean Le Boulch, medico, professore di educazione fisica, fondatore della psicocinetica e della psicomotricità funzionale, disciplina che utilizza il movimento per educare dal punto di vista dell’evoluzione e dell’autonomia della persona, riflette e fa riflettere ancora sulle condotte esploratrici e sul bisogno di esplorazione come viatico di un armonico sviluppo corporeo, linguistico e creativo nei bambini. Il bisogno di esplorazione, una delle attività fondamentali del bambino, è una risposta globale dell’organismo a una nuova situazione e si traduce in bisogno d’informazione e stimoli nuovi. Il comportamento del bambino è determinato dalla novità, dal carattere insolito della proposta esplorativa. Secondo gli studi di Le Boulch, le condotte esplorative possono spiegarsi con i meccanismi neurofisiologici che si esercitano in modo reciproco tra la corteccia celebrale e la formazione reticolare del tronco celebrale. Attraverso la condotta esploratrice, il bambino si muove verso l’acquisizione delle prassie, un insieme di reazioni motorie coordinate in funzione di un risultato pratico. Esse rappresentano, dunque, un insieme organizzato per il conseguimento di uno scopo. Secondo lo studioso, fin da quando ha inizio l’attività intenzionale, tra i 6 e i 10 mesi, inizia l’acquisizione delle prime prassie e la creazione di un rapporto tra campo visivo e campo cinestetico. La posizione eretta moltiplica le possibilità di acquisizione grazie alla condotta esplorativa. [J. Le Boulch, Lo sviluppo psicomotorio dalla nascita a 6 anni, Collana Medico-Psico-Pedagogica a cura di Stefano Vicari, Armando Editore, 1984]. La scoperta di un oggetto nuovo, porta il bambino a organizzare le sue attività attorno all’elemento motivazionale dando vita a ciò che l’autore chiama “brancolamento sperimentale”. Alla presenza di un oggetto sconosciuto il bambino applicherà gli schemi che già conosce con un certo grado di accomodamento che permetterà il loro utilizzo per la soluzione del nuovo problema, manifestando quella funzione fondamentale chiamata funzione di aggiustamento necessaria ad avviare il processo di accomodamento nell’esercizio delle prassie.

Rudolf Laban, danzatore, coreografo, maître de ballet e teorico della danza ungherese, colloca la conoscenza nell’agire corporeo e nei linguaggi analogici che permettono un diverso sentire e si aprono a molte possibilità lontane dalla linearità dei ragionamenti mentali. Per Laban la formazione diventa autoformazione, una pratica motivata e mai imposta, e la conoscenza diventa progetto esistenziale, ricerca, curiosità…erranza. [F. Zagatti, L’erranza pedagogica di Rudolf Laban nei sentieri del corpo. Danza e ricerca. Laboratorio di studi, scritture, visioni, [S.l.], p. 1-10, dec. 2011. ISSN 2036-1599. Disponibile all’indirizzo: <http://danzaericerca.unibo.it/article/view/2410>. Data di accesso: 17 Nov. 2015]. Le proposte sperimentali di Laban si basano sui rapporti del movimento con la matematica e la geometria e contengono sempre la possibilità di una motricità globale che passa attraverso la fase esplorativa della conoscenza per un apprendimento che procede per tentativi ed errori.

Il valore dell’errore nel processo di apprendimento è incommensurabile. Secondo Karl Popper, il metodo per prove ed errori, che abitualmente è “adottato dagli organismi viventi nel processo di adattamento” e dallo scienziato che, di fronte a un determinato problema, “propone, a titolo di prova, un qualche tipo di soluzione-teoria”, è essenzialmente un metodo di eliminazione degli errori di adattamento da parte degli organismi viventi, i quali in tal modo scelgono e fissano le condotte utili, dopo aver scartato quelle parassite, assicurandosi così la sopravvivenza e lo sviluppo [K. Popper, La scienza e i suoi nemici, Roma, Armando ed., 2001].

Maria Montessori dedicando largo spazio e interesse al problema dei premi e dei castighi, delle lodi e delle punizioni, di conseguenza porta la sua attenzione nei riguardi dell’errore che chiama “Signor Errore” [M. Montessori, Come educare il potenziale umano, Milano, Garzanti, 1970]. L’errore, quindi, connaturato all’esistenza umana, tanto che può essere considerato un suo tratto caratteristico, fa parte delle radici antropologiche dell’apprendimento; esso è funzionale all’esistenza umana, perché rappresenta i momenti necessari, e quindi utili, di un lungo cammino di quel processo attraverso il quale ci si avvicina sempre più alla verità.

Credo che sia fondamentale tener sempre presente questo concetto perché, affinché il gesto si specializzi fino a divenire abile, è necessario procedere per tentativi, dunque l’errore diventa un valore fondamentale nel processo di apprendimento che passa, necessariamente, attraverso l’esplorazione.

Da qui l’impossibilità di pretendere dai bambini la “recita scolastica” che annullerebbe e mortificherebbe processi preziosissimi d’apprendimento e scoperta basati, invece, su motivazioni che vanno ricercate e costruite dall’interno. Correggere prima che sia dato al bambino il tempo di sbagliare significa mortificare un sano e significativo apprendimento.

Il linguaggio corporeo, che precede quello verbale, ci mette in contatto con aspetti del nostro sé molto profondi, appartenenti all’inconscio e apre canali per l’accesso a emozioni primitive. Il sentire corporeo è legato allo sviluppo del nostro senso del sé, l’analisi e la consapevolezza delle nostre sensazioni interne riguardano il rapporto con noi stessi e con il mondo interpersonale rivestendo una funzione essenziale per la costruzione delle interazioni sociali. Nei laboratori teatrali, la proposta presentata ai bambini, contiene la possibilità di una motricità globale che comprende momenti esplorativi e d’improvvisazione, in un’organizzazione globale che progressivamente va verso la sedimentazione, la suddivisione, la coordinazione, la dissociazione per giungere, solo dopo queste fasi necessarie, alla composizione dell’azione teatrale che, a quel punto, sarà gesto autonomo, creativo, consapevole e incarnato dal bambino. In questa globalità c’è l’unità e l’unicità della persona da preservare e di cui prendersi cura.

I laboratori di BimboTeatro: Teatro e Musica

Il Teatro è Vita, dunque, Musica: ritmo, suono, timbro, movimento, voce, spiritualità. La ricerca costante attorno alle questioni metodologiche di BimboTeatro mi portano inevitabilmente ad avvicinarmi alla scienza dell’educazione musicale. Riccardo Nardozzi, ricercatore ed educatore per la prima infanzia, nel suo interessante articolo “L’apprendimento musicale del bambino da 0 a 6 anni. Storia della Music Learning Theory di Edwin E. Gordon in Italia” sostiene che “In Italia è sempre stata radicata una certa credenza sulla necessità di possedere particolari doti innate o una particolare predisposizione per affrontare lo studio della musica. Sono mancate, per troppo tempo, adeguate ricerche scientifiche legate ai processi di apprendimento musicale. In questo modo, alcuni aspetti fondamentali per la didattica musicale e per la pratica stessa del fare musica, come la spontaneità, il valore formativo, la capacità di pensare in termini musicali, il movimento, l’ascolto, sono stati – e spesso sono ancora – messi in secondo piano a favore di elementi quali la teoria, la grammatica, il solfeggio, importanti, certo, ma che restano astratti, vuoti e fini a sé stessi, se non accompagnati o, ancora meglio, preceduti dagli altri.” È sorprendente quanto questi valori appartengano anche all’educazione alla teatralità. Il Teatro, come dice Peter Brook, è un alleato esterno del cammino spirituale, ed esiste per offrire bagliori, inevitabilmente brevi, di un mondo invisibile che permea quello di tutti i giorni, ed è normalmente ignorato dai nostri sensi. Il Teatro è lo strumento che l’uomo ha per conoscere se stesso, e, nel suo svolgersi, non può limitarsi ad una conoscenza mnemonica del copione o all’attraversamento dello spazio scenico in senso puramente tecnico-estetico. Affinché ci siano attori consapevoli c’è bisogno di praticare la consapevolezza, sviluppando l’intelligenza emotiva, allenando abilità quali consapevolezza emotiva, autocontrollo, consapevolezza dei propri bisogni, motivazione, autostima, spirito di squadra, empatia, cooperazione. Queste abilità possono essere allenate fin da piccolissimi, se sapientemente proposte. Con BimboTeatro lavoro attorno all’idea di un laboratorio performativo attraverso il quale il bambino sviluppa la propria attitudine teatrale nei primissimi anni di vita grazie ad un’esposizione diretta al teatro e ad una partecipazione attiva e proattiva, nel rispetto delle sue doti naturali di ascolto e di assorbimento.

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Durante il laboratorio di BimboTeatro, i bambini interagiscono liberamente con l’attore, immersi nel gioco e nelle azioni dense di emozioni che i bambini imparano, man mano, a conoscere e riconoscere. In BimboTeatro non propongo un raccontare ma un vivere, un agire in funzione di un’emozione che diventa sempre meno sbiadita, che fa meno paura perché quella stessa emozione che prima spaventava il bambino, ora è vissuta e, soprattutto, rappresentata nei suoi giochi. I primi risultati della sperimentazione mostrano, da parte del bambino, un feedback molto forte: già dal secondo incontro i bambini anticipano le azioni teatrali e sono entusiasti di illustrarmi quale sarà l’azione immediatamente successiva. C’è chi apre la valigia, chi sistema gli oggetti per la scena successiva e chi inizia autonomamente l’azione a tempo di musica. Insieme agli educatori, restiamo sempre piacevolmente sorpresi, in attesa del prossimo incontro.